Orecchie
Orecchie
ORECCHIE
Il Libro di Qualità che ho letto è lungo 121 pagine, io lo ho finito in tre giorni. Ho fatto quattro orecchie al libro – un’orecchia a pagina 24; una a pagina 98; una a pagina 110; una a pagina 119 –; quindi, poiché un’orecchia corrisponde ad una interruzione, mi sono interrotto quattro volte. Pur considerando che il Libro di Qualità è un libro di racconti, mi pare evidente che avendo messo una orecchia a pagina 98 e poi a pagina 110 – quindi essendomi interrotto dopo sole 12 pagine – e poi avendo addirittura messo una orecchia a pagina 112, cioè sul finale del libro, mi pare evidente, dicevo, di aver trovato il Libro di Qualità piuttosto noioso.
Per rendere più convincente questo giudizio – “noioso” – voglio dire che quando non trovo un libro “noioso” ci metto poco a leggerlo. Se un libro è di 300 pagine, ci metto un giorno – mi prendo tutta la Domenica pomeriggio, ad esempio –, se un libro è di 1254 pagine, se mi piace, avendo tempo, posso anche metterci tre giorni – a quindici anni ero rimasto impressionato da un mio compagno di scuola che era riuscito a leggere It di Stephen King in soli tre giorni, avendocene io impiegati invece undici; da allora mi sono ripromesso di non essere più così pigro –; ma, al di là del numero dei giorni che mi ci vogliono per un libro, il particolare davvero significativo rimane per me nel numero di orecchie che vi faccio. Ci possono essere varie ragioni che determinano l’allungamento dei tempi di lettura di un libro – e la maggior parte di queste ragioni sono tutte valide, e anzi forse non esiste nemmeno una ragione non valida per non dedicarsi alla lettura di un libro –, ma se la nuova orecchia che ho fatto si trova troppo vicino a quella precedente – se non dista almeno 40 pagine da quella precedente, voglio dire – allora non è più solo questione di “ragioni valide” o di “circostanze” o di “voglia che manca”: significa solo che trovo il libro che ho davanti “noioso”.
Certo sarebbe ingiusto ridurre tutto a una esposizione di numeri: è importante anche come leggo il libro, intendendo per come il modo in cui mi dispongo fisicamente alla lettura, il tipo di gesti che compio durante la lettura, persino la postura che adotto, persino il tipo di superficie che scelgo. Per questo libro, per esempio, che è un Libro di Qualità, ho assunto un atteggiamento quanto più di qualità potessi. Ero riposato: niente palestra o sforzi fisici defatiganti, che possono deconcentrare. Avevo i capelli corti, senza la frangia che mi cade sugli occhi ogni volta che giro una pagina del libro, costringendomi ad allentare, anche di poco, l’attenzione. Avevo una bottiglietta d’acqua minerale naturale non gassata accanto a me, per non costringermi ad alzarmi per andare in cucina – cosa che mi capita sovente: io bevo molta acqua. Avevo scelto la poltrona che preferisco per leggere: quella nella mia stanza, con lo schienale rivolto contro la porta-finestra che dà sul balcone interno in modo che la luce naturale del pomeriggio e del mattino – io cerco sempre di leggere di mattino presto oppure di pomeriggio tardi – illuminasse le pagine del libro. Grazie a questa poltrona tenevo il busto eretto, il libro con due mani, con i pollici schiacciati sul fondo della pagina, la sinistra nelle facciate dispari, la destra nella facciate pari, senza assumere mai posizioni scomode e che potessero farmi deconcentrare. La poltrona inoltre è fatta di cuscini soffici, morbidi, riposanti, non mi ha causato nessun dolore, di nessun tipo; eppure ho trovato lo stesso il libro “noioso”.
Le nostre considerazioni sono figlie dei nostri sensi – il che non significa che io pensi davvero che dei miei sensi mi possa fidare o debba avere fiducia assoluta, perché non sono un naturalista, né ho la vocazione a pensare che i limiti non siano limiti – quindi prima di dire che ho trovato un’opera d’ingegno “noiosa”, considero tutte le relazioni possibili tra me e quest’opera, non potendo perciò dimenticare che il Libro di Qualità che ho letto è anche un oggetto.
A me piace pensare che i libri siano un po’ come le persone. Del resto a pensarci bene, libri e persone hanno molte cose in comune: entrambi sono fatti da altre persone, ad esempio, (non a caso si parla di “concepimento”, “parto”, “aborto”), poi hanno un aspetto esteriore (copertina, quarta di copertina, para-testo – qui mi riferisco ai libri, non alle persone) e uno interiore (il testo contenuto nell’opera, come, per dire, l’anima nella persona), poi ancora hanno un modo per esprimere le cose e le cose che vengono effettivamente espresse (così come una persona ha un modo di esprimere se stessa e poi appunto se stessa, cioè ciò che è davvero al di là di ogni sua forma di espressione) e così via. Ora, io tendo a valutare una persona innanzitutto dal suo aspetto esteriore: da cosa indossa, da come è conciata – e la stessa cosa vale per un libro. Questo libro di Qualità ha la copertina pieghevole, sfondo bianco, con una fotografia, righe arancioni, titolo – non so in quale carattere, né, mio Dio, penso possa interessare a qualcuno! – di colore arancione, i risvolti della copertina di colore arancione, le pagine ottenute da carta da riciclo, le lettere stampate con spaziatura media, i caratteri intorno al valore 10, insomma: nulla che non vada nemmeno nell’aspetto, e infatti è stato un piacere acquistarlo, ed è un piacere osservarlo nella mia stanza sulla mensola dei libri dove è riposto con tutti gli altri.
Mi domando, quando mi trovo di fronte ad un oggetto – un oggetto qualsiasi – e questo oggetto mi piace o non mi piace, mi domando se sia più opportuno, per esprimere questo piacere o questo dispiacere, descrivere l’oggetto in ogni sua parte, descrivere come funziona, che relazione ha nel contesto dove è inserito e con me, oppure descrivere solo me stesso che osservo l’oggetto e che cosa nell’oggetto proietto, cosa voglio e non voglio vedere di me stesso, quanto esso mi rifletta e in quale modo, e così via. Insomma il mio dubbio oscilla tra: come è fatto l’oggetto oppure come sono fatto io? Insomma domandarmi: cosa è? Oppure: Chi sono io rispetto a lui – o esso?
La risposta che mi do è tutte e due le cose: solo nell’incontro col soggetto, l’oggetto acquista significato, cosa che credo valga anche capovolta. La mia cioè è una risposta romantica.
Allora prima di dire che questo Libro di Qualità è “noioso” devo descrivere me stesso per comprendere e far capire se non sia stato io a essere in uno stato d’animo predisposto alla noia quando lo ho letto.
Del mio atteggiamento al momento della lettura del libro ho già detto. Delle mie condizioni fisiche posso dire: sotto controllo. Delle mia condizioni mentali posso dire: normali, nel bene e nel male. Delle mia condizioni economiche posso dire: grazie, lavoro. Delle mia condizioni sentimentali posso dire: male, ma cerco di non pensarci. In una parola posso dire della mia condizione generale quando ho letto il Libro di Qualità – 16-17-18/11/02 –: serenità.
Quindi non mi rimane da dire che ho trovato il Libro di Qualità “noioso” per ciò che raccontava.
Il Libro di Qualità si chiama Standards Vol. I Edizioni Sironi della Collana Indicativo Presente curata da Giulio Mozzi.
Non è mia intenzione raccontarne qui le trame dei cinque racconti, mi basta indicarne il titolo: per il resto, è nelle librerie, si può acquistare, così ho fatto io.
Recensire un libro senza parlarne è o una sciocchezza oppure è un tentativo fallito in partenza – diavolo, non si può parlare di una cosa non parlandone! D’altra parte, io non sono nessuno per recensire – e recensire parlandone male – un grande autore come Vitaliano Trevisan. Poi anche qui su Vibrisse ci sono già state recensioni di questo libro e ce ne sono altre sparse nel web, per non parlare del sito della Sironi Editrice dove sono raccolte tutte le recensioni, tutte positive, su questo libro. Ubi maior, minor cessat.
Qui mi interessa parlare di un’altra cosa, legata a questo libro, e quindi a questo punto sono costretto a dichiarare i miei scopi: questa non è una recensione, ma uno spunto polemico – un garbato spunto polemico, che spero si voglia accogliere ugualmente su Vibrisse.
Lo spunto polemico è il seguente: che cosa diavolo s’intende per Libro di Qualità?
Vediamo un po’.
Vitaliano Trevisan è un autore di qualità: semplificando si può dire che sia una sintesi felice tra Beckett e Dostoevskij. Leggendo Trevisan, ad esempio, ho scoperto e capito Beckett – che senso abbia e se abbia senso usare espressioni come “scoprire” e “capire” riferito ad un autore sia pure di alta letteratura meriterebbe un altro “spunto polemico” a parte, ma insomma. Trevisan è il grande cantore del soggetto che di fronte all’oggetto si rende conto della sua incapacità strutturale di poterlo comprendere – come in Xmas Carol della raccolta Standards Vol.I oppure come nella frase iniziale del racconto finale dello stesso libro: “Non è il mondo che dobbiamo adattare a noi, ma noi che dobbiamo adattare al mondo”. Quando penso a Trevisan non posso fare a meno di pensare a parole come: nord, sud, est, ovest, destra, sinistra, alto, basso, superiore, inferiore, leggero, pesante… E subito pensare al soggetto che si rende conto di quanto qualunque rappresentazione elaborata mediante l’utilizzo di queste coordinate sia falsa. Trevisan è un anti-naturalista : pur facendo esperienza della realtà utilizzando soprattutto i suoi sensi – direi soprattutto la vista –, sa benissimo, o vuole dimostrare, tutti i limiti e la falsità delle rappresentazioni fornite da questi sensi.
Poi chi ha letto I Quindicimila passi – Bartolomeo di Monaco vedi Vibrisse 93 10.02.03 lo ha fatto – sa bene che quello è un libro magico – potrebbe piacere la definizione de I Quindicimila Passi come thrilling filosofico? Per libro magico intendo un libro impossibile, impensabile, che solo pensarlo viene voglia di dirsi: “Sarò pazzo?”. Tenere il lettore col fiato sospeso tra argomenti filosofici, sorsi di caffè, passeggiate solitarie, è, almeno nelle intenzioni, un po’ da pazzi: riuscirci è essere scrittori da brividi. Quindi Trevisan è uno scrittore da brividi, che ha scritto un libro magico, cioè un libro che ha scavalcato i limiti del pensabile per dare forma all’impensabile.
Ma c’è di più.
Standards vol. I è curato da un altro scrittore di Qualità – anche se da un po’ di tempo mi domando se uno scrittore di Ricerca sia anche uno scrittore di Qualità – che è Giulio Mozzi. Il quale cura una collana di libri che sono tutti dichiaratamente libri di Qualità.
Infine io ho letto I Quindicimila passi quindici volte, una cosa che ho fatto solo con It di Stephen King – e sfido chiunque a dire di non averlo fatto, almeno tra i nati dal 1974 al 1986 – e con Martin Eden di Jack London – il primo libro che ho letto, a undici anni.
In conclusione è naturale che mi sia accostato a Standards Vol. I pensando di aver di fronte un Libro di Qualità.
A me la parola Qualità piace. Se una cosa – qualunque cosa sia – è di Qualità attira la mia attenzione. Sarà forse perché da qualche mese mi occupo di Qualità per lavoro. O sarà forse perché oggi è il tempo della Qualità. La Qualità è predicata in tutti i campi – dall’edilizia alla cucina. Ciò che a me interessa della Qualità è l’aspetto della sua misurabilità. Esistono criteri e parametri anche per misurare la Qualità. Per esempio per un’azienda esistono le visite ispettive esterne, durante le quali un ispettore esterno visita l’azienda rivoltandola come un sacco alla ricerca delle non conformità del sistema – mi rendo conto che questo sia un discorso complicato, ma farlo può servire per rendersi conto di quanto complicato sia garantire la Qualità. Per fare questo è necessario stabilire degli indici, poi procedere con le tarature degli strumenti, ad esempio. Per garantire la Qualità – che si concreta nell’apposizione del marchio CEE – di un giocattolo, ad esempio, vengono impiegate apposite apparecchiature di misurazione, vengono effettuati calcoli complicati, diagrammi di Gant, diagrammi di flusso, tabelle, numeri, eccetera. Inoltre ciò di cui si occupa la Qualità è stabilire, attraverso indici che vanno concordati con la stessa azienda, il grado di soddisfazione del servizio interno ed esterno. Esempio: la soddisfazione del cliente e il grado di collaborazione, efficienza, competenza del personale interno, eccetera.
Bene.
Dubbio: è possibile misurare allo stesso modo la Qualità di un libro?
In altre parole, scherzando: è possibile immaginare un organo come il RINA di Genova, in grado di attestare la qualità di un libro, dietro compenso?
Forse.
Se un libro è sostenuto da un critico come – che ne so – Barilli; se ottiene recensioni positive su – che ne so – Sette; se l’autore è sostenuto da un autore di Qualità come – che ne so – Arbasino; è evidente che tutto questo può indurre a ritenere che il libro che abbiamo di fronte sia un libro di Qualità.
Solo che, ecco, io – Marco Candida Via Emilia 102 15057 Tortona Alessandria – non ci credo.
A me pare che la Qualità – almeno riferita alle opere di ingegno, che, a quel che ne so io, non sono misurabili – sia come quei concetti come la democrazia o come la felicità: intanto comincio col dire che c’è, perché, già dicendolo, piano piano magari convinco tutti che c’è per davvero.
Se noi diciamo che un libro ben scritto o scritto come Dio comanda è un libro di Qualità, dobbiamo per forza spiegare che cosa si intende con la parola “ben” o quale sia il “Dio” che comanda – se Allah, Budda o Giulio Mozzi. In altre parole dobbiamo indicizzare le nostre valutazioni.
Ma così facendo – indicizzando le nostre valutazioni – come possiamo garantire che ciò che stiamo per proporre sia davvero di qualità? Come si può – adesso userò termini forti – essere tanto spudorati, tanto gesuitici? Come si può essere i depositari delle regole del Buon Romanzo, che è come essere i depositari del Nulla, del Vuoto Più Nero e Impenetrabile, perché non si dà Buon Romanzo, non è possibile esista, e perché tutti i romanzi sono Cattivi Romanzi, così come tutta la Letteratura è Cattiva e Cadaverica Letteratura? Risposta: non lo si può, se non per calcolo.
Perché dire che un libro è di Qualità è lanciare una sfida intellettuale al lettore. Significa dire (al lettore): sei in grado tu di apprezzare la Qualità quando ce l’hai tra le mani?
Poi c’è dell’altro.
Per esempio, facendo fanta-editoria: io ho la possibilità di pubblicare libri; per ragioni personali e anche un po’ per scegliere una linea editoriale definita decido di pubblicare solo autori provenienti dal Piemonte Orientale – Novara, Vercelli, Asti, Alessandria –; poi decido di pubblicare solo autori che ambientino le loro storie a Novara e Vercelli; poi tra questi di pubblicare solo coloro che hanno il cognome che inizia con la B e con la Y; dopodiché dichiaro che i libri che ho intenzione di pubblicare sono libri di Qualità. Se poi questi libri non vendono, a questo punto la colpa è della casa editrice che non ha pubblicizzato abbastanza, del pubblico che, si sa, legge solo thrillerazzi americani perché ci sono i personaggi coi nomi in inglese – come Peter, Steven, Michael e Jackson –, ma in definitiva è colpa proprio della qualità della mia proposta che quanto più è stata alta tanto più è stata rifiutata.
E io sono a posto.
Per sfuggire al trabocchetto – sì, trabocchetto – della Qualità ho elaborato così anche io i miei indici di valutazione: il numero di orecchie che faccio in un libro, ad esempio, è un buon indice di valutazione. Se in un libro diciamo di 300 pagine avrò arricciato l’angolo della pagina in fondo a destra per 6 volte, allora vorrà dire che avrò mal speso i miei soldi e che non comprerò più libri di quella Collana, anche se la Collana dovesse intitolarsi Collana Qualità, senza perdere per questo stima di me stesso come lettore, anche dovessi preferire alla Collana Qualità un’altra Collana intitolata Collana Cazzate.
Ed è in conseguenza di queste scoperte e delle loro susseguenti decisioni che ringrazio l’esistenza del Libro di Qualità di Vitaliano Trevisan, pubblicato da Giulio Mozzi, per la Sironi Editrice intitolato Standards vol. I: dopo tutto è stato un libro che mi è servito.
di recensioni at
02:41:34
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Il Suicidio di Angela B. di Umbero Casadei
Angela B. di Umberto Casadei
IL SUICIDIO DI ANGELA B.
LA RECENSIONE
A pagina 428 il Suicidio di Angela B. di Umberto Casadei, edizioni Sironi, mi ha fatto ripensare a un libro che ho comprato circa un anno fa e che non ho mai finito di leggere. Si chiama L’anti-Edipo. Capitalismo e schizofrenia di Gilles Deleuze e Félix Guattari. Personalmente, se devo ricordare qualcosa di un libro, questo qualcosa di solito può trovarsi o nelle pagine iniziali, o in quelle centrali – quasi sempre al capitolo 6, se il libro è diviso in capitoli –, oppure nelle pagine finali. Raramente mi capita di ricordare qualcosa del capitolo 2 o del capitolo 8 – ammesso che il libro sia diviso in capitoli e i capitoli siano ad esempio dieci. Ci sono eccezioni, certo. Ma nella maggior parte dei casi i miei ricordi convergono sempre nel capitolo 1, nel capitolo 6, nel capitolo conclusivo. Ritengo che i miei ricordi siano in qualche modo condizionati dal modo in cui si strutturano i libri, per cui molto spesso parte iniziale e parte finale tendono a coincidere e a condensare il sugo dell’opera, mentre la parte centrale serve ad analizzare e in molti casi a insaporire tale, presunto, “sugo”.
Quando leggo, la mia memoria funziona così: della pagina non memorizzo mai le parole – per memorizzare le parole di un libro non mi basta leggerle, le devo proprio studiare, eventualmente ripetendole ad alta voce, camminando avanti e indietro nella mia stanza – ma mi rimane sempre impresso il numero della pagina dove le parole che mi hanno colpito si trovano. Più in generale, nella mia mente non compare mai il ricordo della cosa che devo appunto ricordare, ma sempre il luogo – il libro, la piazza, il pianerottolo a seconda del tipo di oggetto o di persona che devo ricordare – dove so quella cosa (o persona), che, in un certo senso, è il vero oggetto del mio ricordo, si trova.
A pagina 428 del Suicidio di Angela B., mediante una semplice associazione per assonanza o somiglianza o non lo so, nella mia mente è comparso all’improvviso il numero 8; poi sotto il numero è comparso un angolo bianco di pagina; poi l’angolo bianco di pagina si è dilatato fino a trasformarsi in una pagina intera; poi accanto al numero 8 in alto a sinistra è comparso CAPITOLO PRIMO in alto a destra; e accanto a CAPITOLO PRIMO sulla facciata pari, è comparso LE MACCHINE DESIDERANTI sulla facciata dispari… e insomma dopo un po’ mi sono ricordato dell’Einaudi Paperbacks L’Anti-Edipo. Capitalismo e schizofrenia che avevo comperato circa un anno fa e che non ho mai finito di leggere. Sono andato a ripescarlo, ho aperto a pagina 8 e ho trovato, senza stupirmi – ho imparato a non stupirmi più del funzionamento della mia testa – un passo appropriato per descrivere che cosa il Suicidio di Angela B. di Umberto Casadei sia davvero.
In questo passo si riportano le parole di Henri Michaux per descrivere una tavola schizofrenica in funzione di un processo di produzione che è quello del desiderio. E’ pazzesco, lo so. Ma il passo di Michaux dice:
Non appena la si era notata continuava ad occupare la mente… Ciò che colpiva era che, non essendo semplice, non era nemmeno veramente complessa, complessa d’acchito o d’intenzione o d’un piano complicato. Piuttosto de-semplificata una volta che veniva lavorata…. Così com’era, era una tavola con aggiunte, come furon fatti certi disegni di schizofrenici detti inzeppati, ed era terminata solo in quanto non v’era più modo di aggiungere alcunché, tavola che era divenuta sempre più ammucchiamento, sempre meno tavola… Non era adatta ad alcun uso, a niente di ciò che si aspetta da una tavola. Pesante, ingombrante, era appena trasportabile. Non si sapeva come prenderla (né mentalmente, né manualmente). Il piano, la parte utile della tavola, progressivamente ridotto, scompariva, essendo così poco in relazione con l’ingombrante intelaiatura, che non si pensava più all’insieme come a una tavola, ma come a un mobile a parte, uno strumento ignoto di cui non si fosse conosciuto l’uso. Tavola disumanizzata, senza alcuna comodità, che non era borghese, non rustica, non di campagna, non di cucina, non da lavoro. Che non si prestava a nulla, che si difendeva, che si sottraeva al servizio, alla comunicazione. In essa qualcosa di atterrato, di pietrificato. Avrebbe potuto far pensare ad un motore fermo.
***
Siccome questo passo mi è piaciuto molto ho deciso seduta stante di interrompere la lettura del Suicidio di Angela B. e di ri-leggere il capitolo primo, sotto-capitolo 1, dell’Anti-Edipo. In verità non stavo interrompendo la lettura del Suicidio, ma dal mio punto di vista solamente integrandola con altre letture, come se il Suicido e l’Anti-Edipo facessero parte di una sorta di macrotesto, inserito peraltro tutto nella mia testa…
In questo capitolo si parla di macchine desideranti. Se qualcuno ha bisogno di un esempio chiaro, persino sovrabbondante, del concetto meccanicistico della natura qui lo troverà senz’altro. Il libro si apre così:
L’(es) funziona ovunque, ora senza sosta, ora discontinuo. Respira, scalda, mangia. Caca, fotte .
E continua subito dopo così:
Che errore aver detto l’(es). Ovunque sono macchine, per niente metaforicamente: macchine di macchine, coi loro accoppiamenti, colle loro connessioni. Una macchina-organo è innestata su una macchina-sorgente: l’una emette un flusso che l’altra interrompe. Il seno è una macchina che produce latte, e la bocca una macchina accoppiata a quella. […]. Così si è tutti bricoleurs; a ciascuno le sue macchinette.
Per arrivare, a pagina 5, a questo:
Poiché, in verità – la sfolgorante e nera verità insita nel delirio – non ci sono sfere o circuiti relativamente indipendenti: la produzione è immediatamente consumo e registrazione, la registrazione e il consumo determinano direttamente la produzione, ma la determinano in seno alla produzione stessa. Cosicché tutto è produzione: produzione di produzioni, di azioni e di passioni; produzioni di registrazioni, di distribuzioni e di punti di riferimento; produzioni di consumi, di voluttà, d’angosce e di dolori. Tutto è a tal punto produzione che le registrazioni sono immediatamente consumate, consunte, e i consumi direttamente riprodotti. Questo è il primo senso del processo: portare la registrazione e il consumo della produzione nella produzione stessa, farne le produzioni d’uno stesso processo.
***
Diciamo subito che il Suicidio di Angela B. è un gran bel libro. Per me è stupefacente pensare che in Italia si pubblichino gran bei libri, ma è successo proprio questo: in Italia è stato pubblicato un gran bel libro. Finalmente. Per «gran bel libro» intendo un libro che una volta finito, si chiude, si riapre, si richiude, e poi si dichiara – di solito ad alta voce –: «Ah, che gran bel libro!». Un «gran bel libro» è, almeno in prima istanza, un gran bel libro e basta. Non è interessante. Non è profondo. Non è d’evasione o di qualità o un capolavoro. È solo un «gran bel libro». Anzi è un: «Ah, che gran bel libro». E basta.
Personalmente ho i miei metodi per stabilire se un libro sia un «gran bel libro» oppure no. Sono metodi del tutto empirici e non hanno nessuna pretesa di scientificità, e tuttavia li applico sempre. Uno di questi metodi è il numero di orecchie che faccio al libro oppure il numero di giorni che impiego per leggerlo; ma un altro di questi metodi, o parametri, o indici di valutazione che adopero per accorgermi se un libro è davvero buono oppure no, è quando questo libro mi segue dappertutto.
Per leggere Il suicidio di Angela B. ho impiegato ventidue giorni. Ciò significa che dividendo 563, cioè il numero di pagine del libro, per 22 che è appunto il numero di giorni che ho messo per leggerlo, risulta che ho letto 25,59 09 periodico pagine al giorno sempre dello stesso; che sebbene per la mia media rappresentino poche pagine, non si possono considerare un dato negativo se si considera altresì che Il Suicidio mi ha davvero seguito dappertutto.
Devo confessare che mi sono sempre un po’ vergognato della mia passione per i libri. Leggere per me è essenzialmente evadere e credo che quando una persona evade, lo debba fare necessariamente in segreto. Quindi leggere è sempre stato per me un’attività esercitata in segreto, al chiuso, in isolamento. Quando leggo, e qualcuno è in casa – mia madre, mio padre, mio fratello – chiudo quasi sempre la porta della mia stanza. Lo faccio non perché non desidero essere disturbato, ma soprattutto perché non desidero essere scoperto. Leggere è per me un gesto intimo, profondamente intimo. È un’esplorazione solitaria, e non ammette nessuna forma di pubblicità e men che meno di condivisione. Quando leggo, sono solo.
Tuttavia capita che a volte di alcuni libri non possa talmente fare a meno, siano così coinvolgenti – coinvolgenti perché illuminanti, coinvolgenti perché interessanti, coinvolgenti perché divertenti… - da non riuscire proprio a staccarmene mai; così li porto con me in giro dappertutto. Faccio un esempio. La scorsa estate – era giugno – mi trovavo al Warner Village nello hinterland milanese. Stavo aspettando di fare da pubblico a una trasmissione televisiva di Italia Uno, per fare un piacere – la storia sarebbe più complicata di così, ma non importa – a un caro amico che lavora appunto a Italia Uno. I tempi si allungavano e io ho cominciato a girare per il Warner Village, che poi altro non è che un enorme, ipertecnologico, centro commerciale. Ad un certo punto ho scorto una libreria, mi ci sono infilato e ho trovato un libro che cercavo da parecchio tempo: Questo è il giardino di Giulio Mozzi. L’ho comprato – quattro euro e rotti – e ho cominciato subito a leggerlo, lì al Warner Village. Successivamente l’ho letto in treno, nel viaggio di ritorno. Poi in serata ho letto Questo è il giardino a Biagasco, una frazione di Godiasco, vicino a Salice Terme, in Lombardia, dove mi trovavo col resto della compagnia per assistere alla sfilata di una mia amica che nella stagione estiva fa l’indossatrice. Tramite una e-mail scherzosa ho raccontato ciò che è accaduto quella sera a Biagasco all’autore stesso del libro.
Da: Marco Candida
Data: domenica 21 luglio 2002 18.47
A: giulio mozzi
Oggetto: un libro da orgasmo
Salve,
ciò che sto per raccontarle può considerarlo come uno dei lati bizzarri, singolari dell'intrattenere rapporti con i propri lettori.+,+,!”
Ieri, Sabato sera, mi sono recato con la mia automobile a Biagasco, un paesino sperduto tra i colli tortonesi. Ho impiegato quasi un'ora per trovare Biagasco, non avendo ricevuto nessun tipo di indicazione, nè avendo nemmeno la più vaga idea di dove si trovasse. A Biagasco avrei assistito ad una sfilata di Elena, la qual cosa era per me assai gradita, e mi sarei incontrato col resto della compagnia, la qual cosa non mi importava molto. Son partito e ho portato con me Questo è il Giardino. Biagasco non è male per essere uno squallido buco di paese. Io dopo aver parcheggiato mi sono piazzato su un tavolino in un ristorantino e aspettando l'ora x, ho letto L'Apprendista di Questo è il Giardino. Sempre col libro in mano, mi sono poi recato sul luogo della sfilata, sono entrato, non ho pagato l'ingresso (5 euro), e mi sono seduto su un tavolo con scritto riservato. Io devo cambiare gli occhiali, non ci vedo più tanto, così non mi sono accorto che qualche tavolo più in là c'era Elena, tutta truccata, con le sue amiche indossatrici, tutte truccate, e ho continuato a leggere Questo è il giardino. Elena, che è un po' un pacco, non è venuta a salutarmi, forse perchè è arrabbiata con me, perché crede che l'abbia tradita con una (c'è questo fatto, nuovo per me, che pare che piaccia ad un numero crescente di ragazze tra i due e i cinquantacinque anni), o forse perché si è solo rotta di me, e non mi vuole più vedere; comunque sia, il suo non salutarmi e il miei occhiali da cambiare mi hanno messo nella situazione classica dello spione in incognita solo con al posto del giornalone con i buchi, il libretto Mondadori Questo è il giardino di giulio mozzi. Poi sono arrivati a spizzichi e bocconi tutti gli altri della compa, tutta gente tra i vent'otto e i quarantacinque anni. Io che ero senza tasche grosse, non potevo riporre il libro così l'ho tenuto in mano, per cui si è creata questa bizzarra situazione di un Sabato sera, un ragazzo tutto abbronzato, vestito da fighetto, con un libro in mano, seduto vicino a due donne, una sposata, una no, che guardavano il libro, poi me, poi dicevano:" Ma... mah...". Qualcuno ha anche provato a chiedermi cosa stessi leggendo, e uno mi ha detto: ma perchè l'hai comprato? e questa è stata proprio una gran bella domanda.
Comincia la sfilata..-,m
Tutto bene.
Schifo di sfilata, indossatrici, a parte Elena, che ho scoperto non è stata Miss Salsomaggiore, ma ci ha solo partecipato, anzi no, nemmeno, doveva ma poi niente, è stata solo Una Miss per l'Arte... canzoni cover patetiche cantate da quattro disperati, tutti effeminatissimi.
Alla fine della sfilata, Elena non corre verso di me per darmi un bacino né niente, allora vado là io, lei mi saluta, ciao, poi si volta, proprio brava, poi la ribecco dopo un po' da sola, lei dice ciao, io le dico, e giuro me la sono preparata, cioè ho pensato: adesso vado là e gli dico questa cosa da film, le ho detto: sei stata uno schianto, lei ha riso ha fatto bisssggg, giocando sul doppio senso, stendendomi peraltro alla grande, poi sorridendo con la sua amica Cleide è andata via a Salice. Così io rimango col libro, senza tasche, cominciano le danze, latino americani, e i quattro disperati effeminati che cantano. Tutti ballano, vado in pista, COL LIBRO in mano, a ballare..,-à
Poi in effetti dico, dove lo metto dove non lo metto 'sto libro, non volevo posarlo, questo mattoncino, avevo paura di perderlo. Così, idea!, lo metto... lo metto... me lo metto tra la cintura e la pancia.
Solo che ballando, il libro Mondadori scivola più in basso mi finisce dentro la patta, e mi fa pure un bel pacco, sentivo gli occhi degli altri che si allungavano sulla patta col libro sotto (da tenere presente: i libri Mondadori Piccola Biblioteca fanno un bel pacco).
E insomma comunque dico, adesso il libro è mio e ci faccio quel che mi pare... E balla balla balla, io non lo so cosa è successo...
Sarà stato che il libricino è solido e ballando, sfregando...
Davvero non lo so... lo sfregamento e...
Sì.
Ha capito.Verso la fine della serata il suo libro nella mia patta mi ha fatto venire un orgasmo.
marcolino
Ho letto Il suicidio di Angela B. veramente ovunque.
L’ho letto sulla navetta che conduce dalla Fiera del Libro – dove l’ho acquistato – fino alla stazione Torino-Lingotto. L’ho letto per tre volte su un treno – il treno di ritorno da Torino Lingotto a Tortona e il treno di andata e ritorno da Alessandria-Roma Termini, Roma Termini-Alessandria. L’ho letto ventidue volte in bagno – per la precisione: venti volte nel mio bagno e due volte nel bagno del treno Alessandria-Roma Termini Roma Termini-Alessandria. Sul treno l’ho letto in uno scompartimento, in bagno, seduto nelle sedie del corridoio del treno, in piedi in fondo alla carrozza, stipatissima di persone, per due ore circa. A casa mia l’ho letto nella mia stanza, in sala davanti alla tele accesa, in bagno, in cucina, mentre aspettavo di pranzare – solo due volte. L’ho letto a casa del mio amico che mi ha ospitato a Roma – quello di Italia Uno. E a Roma l’ho letto anche in tram, in metropolitana, alla stazione della metropolitana, alla stazione dei treni, in un bar davanti a un cappuccio e una brioche. L’ho portato quasi sempre con me, esibendolo, nascondendolo esibendolo. L’ho persino fatto acquistare ad una persona che abita a L’Aquila, una cosa che non faccio mai, perché non appartengo alla categoria di persone che vogliono a tutti costi che ciò che apprezzano loro debba venire conosciuto e apprezzato per forza anche dagli altri, meglio ancora se tutti gli altri.
Avendolo letto ovunque, l’ho letto anche un po’ in tutte le posizioni. Se un libro mi piace davvero è una cosa che posso fare. Con il Suicidio ho letto seduto sulla poltrona di casa, seduto sulle poltrone degli scompartimenti del treno, seduto sui seggiolini del corridoio del treno, tutti modi di stare seduti, come è intuibile, uno differente dall’altro. Ho letto sdraiato sul mio letto e semi-sdraiato di notte nello scompartimento di un treno (con i piedi di una diciottenne a un palmo di distanza dal mio naso – che per la notte si era messa in libertà, togliendosi le scarpe, ma non le calze, e la maglietta, rimanendo in canottiera). L’ho letto con le gambe distese e con le gambe accavallate. L’ho letto tenendolo al di sotto dei miei occhi – nella posizione che definirei canonica – e tenendolo al di sopra, acrobaticamente. L’ho letto tenendolo a pochi centimetri dal volto e tenendolo distante, con le braccia tese davanti a me, quasi ai limiti di visibilità. L’ho letto in piedi in fondo alla scompartimento del treno; e quando sono sceso dal treno, alla stazione Roma Termini, l’ho letto addirittura camminando.
Quando un libro mi piace davvero, in un certo modo glielo devo – al libro – dimostrare. A volte glielo dimostro sottolineando con una matita i passaggi che ritengo interessanti – in verità lo faccio rarissimamente. Spesso glielo dimostro strappando l’angolo a destra o a sinistra in basso della pagina – secondo il mio personale codice l’angolo della pagina strappata significa che in o da quel punto si trova un passaggio del libro molto interessante. A volte glielo dimostro mangiandoci sopra – per esempio a pagina 321 del Suicidio di Angela B. in corrispondenza del terzo paragrafo c’è una macchia di cappuccino che è sgocciolato dalla brioche che vi intingevo dentro. E così via cose di questo genere.
Questi sono i miei comportamenti di lettura di fronte a un libro che mi piace davvero. Quando un libro mi piace davvero sono disposto a leggerlo a qualunque condizione, in qualunque posto, disponendomi ad esso in qualunque modo.
Ma che cosa mi spinge ad essere così irriducibile di fronte alla lettura di un buon libro?
E più in generale: che cos’è per me un libro?
***
Per me un libro è un catalogo di oggetti che serve ad aumentare la mia immaginazione.
Adesso che sto scrivendo sono seduto in ufficio. Sono solo. Ho poco lavoro. Il mio capufficio non c’è. È fuori per una visita ispettiva a un impianto di frantumazione del bitume. La porta è chiusa. So che i colleghi non verranno a disturbarmi, perché la mia presenza nella ditta non è ancora indispensabile. Sono di fronte allo schermo del computer della mia scrivania. Ho cliccato sul programma Windows Media Player. Ho cliccato su play. Ho acceso le casse stereo – me le hanno date solo da un mese; hanno detto “per la mia buona condotta”. Tengo il volume molto basso. Dalle casse a volume molto basso riconosco Heaven Out of Hell di Elisa. Con il mouse sposto la freccetta sul comando Maximize the Video and Visualizzation pane. Clicco. Poi clicco sulla freccia di destra, che si trova, insieme alla freccia di sinistra e alla scritta Plenoptic, in basso a sinistra del Visualizzation pane. La freccia di destra è la next visualizzation. Clicco. Sullo schermo dove fino a quel momento c’è stato Plenoptic Vox adesso compare Plenoptic Flame. Clicco ancora. Compare Plenoptic Fountaine. Le immagini che compaiono sullo schermo non mi soddisfano. Comincio così a cliccare senza fermarmi. Sullo schermo si susseguono vari Plenoptic, come green is not your enemy, kaleidovision, my tornado is resting…
Fin quando non arrivo a Plenoptic Casual.
Smetto di cliccare.
Elisa smette di cantare.
Osservo lo schermo. Forme e colori si combinano ora in vortici, ora in spirali, ora oscillando, ora dissolvendosi, trasformandosi, deformandosi, riformandosi, mischiandosi, l’una definendosi nell’altra, secondo relazioni tutte casuali e imprevedibili. Osservando lo schermo penso che in fondo è così che la mia fantasia funziona. Per me la fantasia è la capacità di combinare elementi in modo casuale, quante più combinazioni per tanti più elementi. Per esempio: posso immaginare un cane con quattro zampe, un muso, due occhi, un naso, due orecchie; ma solo mediante l’uso della fantasia posso scomporre ricomporre trasformare deformare questa immagine, per cui del cane immaginare sette occhi, e sei orecchie, e due musi, e quattro nasi, e trenta zampe. Con la fantasia posso dilatare un dettaglio quanto voglio, per esempio immaginare un cane interamente coperto d’occhi oppure un cane fatto solo di orecchi; posso sottrarre un dettaglio, immaginando per esempio un cane senza zampe o senza occhi; oppure spostare il dettaglio immaginando un cane con gli occhi sotto le zampe o sull’addome o sotto la lingua; oppure sostituire il dettaglio con altri elementi, infiniti elementi, che posso scegliere in modo del tutto casuale, sostituendo gli occhi del cane con due pezzi di quarzo rosa o con i frammenti della custodia di un cd o con un paio di pinzatrici per ufficio; oppure posso spostare il dettaglio sostituito con un altro elemento scelto in modo casuale, per cui gli occhi di un cane sostituiti da due piume d’upupa posso decidere di metterli sull’addome o vicino al ventre o all’interno della zampa destra…
Esiste un repertorio di immagini inserito da qualche parte nella mia testa e da questo repertorio di immagini (repertorio mi fa pensare a memoria, dal che – deduco – il «da qualche parte» dove sta inserito il repertorio di immagini deve essere per forza la memoria) estraggo una sola immagine o coppie di immagini o pluralità di immagini lasciando che si scompongano compongano trasformino deformino sottraggano spostino agiscano da sé, senza nemmeno che io intervenga. La fantasia è un meccanismo che, almeno nella mia testa, funziona da sé, mediante libere associazioni, connessioni selvagge.
C’è un verso, ora che scrivo, che mi ritorna in mente. L’ha scritto Dante, l’ha interpretato Calvino. Il verso dice: «Poi piovve dentro a l’alta fantasia». Significa: «La fantasia è un posto dove piove dentro».
Ho sempre considerato la fantasia non solo come uno strumento di cui servirmi, ma anche come un valore. Ho sempre creduto nella fantasia, fin da piccolo, e guardo con molta diffidenza tutti coloro che ostentano disprezzo nei suoi confronti. Nel 1924 Andrè Breton, diceva: “Non sarà la paura della follia a spingerci ad ammainare la bandiera dell’immaginazione”, ed è una frase che ho sempre tenuta presente. Ho sempre pensato le persone che ostentano disprezzo nei confronti della fantasia in realtà ne abbiano paura: che stemperino loro stessi, la loro personalità, nella cosiddetta razionalità, soffocando tutto ciò che di bello e vero può trovarsi in loro. Il motto è: razionalizzare, razionalizzare, che però molto spesso significa solo: soffocare, soffocare o anche: reprimere, reprimere – volendo in tutti i sensi, anche in un senso politico
Io nella mia fantasia invece ho sempre lasciato piovere. Ho voluto allargare la mia fantasia sempre, in qualsiasi modo, con qualsiasi mezzo. I libri, la televisione, internet mi servono a questo scopo. I libri, la televisione, internet per me non sono altro che cataloghi di cose che servono ad allargare il repertorio di immagini inserito nella mia memoria, dove so la mia fantasia andrà a pescare per montarle, smontarle, rimontarle secondo come vorrà.
Non mi sono mai interessato a stabilire connessioni precise tra le cose che stanno nei libri. Di un romanzo non mi è mai interessato veramente l’intreccio, la caratterizzazione dei personaggi, l’ambientazione, se realistica o fantastica: tutte queste a me sono sempre parse anzi sottigliezze. A me dei libri interessano solo le cose che vi stanno dentro, non meno che se si trattasse di cataloghi di oggetti.
Oggetti.
Di un libro mi interessano i suoi oggetti e la loro combinazione.
Leggere un libro e fare una passeggiata per me sono la stessa cosa.
Se cammino per strada ecco che incontro una casa. La squadro, la identifico e la nomino: una casa. Ecco dunque che un’immagine nella mia testa diventa subito parola. Tutte le immagini sono parole, allo stesso modo che quando leggo, tutte le parole diventano immagini – o idee. Ecco che il protagonista della storia che sto leggendo incontra una casa. A questa parola io associo subito una certa immagine, la quale verrà poi aggiustata – qualificata, caratterizzata – attraverso una probabile descrizione successiva, così come quando incontrando per strada una casa, dapprima riconosco che si tratta di una casa, poi identifico le finestre, il colore dell’intonaco, e se conosco altre parole, posso riconoscerne il tipo di intonaco, il tipo di infissi adoperati, il plinto di fondazione, e così via. Posso dunque far diventare un’immagine un aggregato sempre crescente di parole. Ed è per questo che ho sempre lasciato che gli oggetti contenuti nei libri tempestassero la mia fantasia così come le immagini della televisione o di internet o semplicemente di un bel panorama. Per la mia fantasia non c’è nessuna differenza: un oggetto-immagine e un oggetto-parola nella mia fantasia diventano la medesima cosa. Ad esempio: un cane-parola corrisponde ad un cane-immagine e un cane-immagine a un cane-parola. Nella fantasia – nella mia fantasia – tutto diventa immagine, disarticolandosi e articolandosi, combinandosi e scombinandosi in modo tutto imprevisto.
Proprio come Plenoptic Casual davanti a me.
***
Ora: pur avendo la struttura del catalogo – nel risvolto di copertina si parla più pomposamente di “romanzo fiume” –, senza un intreccio, ma componendosi di lettere, ritagli di giornale, necrologi, riflessioni, pezzi di narrativa – o forse di iper-narrativa, di una narrativa gonfiata, dal sapore dozzinale, quasi come uno schiaffo volontario dato al principio per cui non si debba fare letteratura col linguaggio della letteratura (mi sto qui riferendo in particolare a «Per una Postfazione di Rinaldo Qualcosa» ) –, Il suicidio di Angela B. NON è un romanzo di cose, di oggetti. NON è neppure un romanzo di idee, di sentimenti. NON è neppure un romanzo di fatti, di azioni.
Il suicidio di Angela B. è un romanzo di parole. È un romanzo ronron. È un vaniloquio che gira in tondo su se stesso senza mai approdare a nulla di apparentemente concreto. È quasi un romanzo di saggistica, dove i discorsi non informano mai sui fatti – cioè chiarendo chi era Angela, perché volesse togliersi la vita, ecc. – ma informano sempre i fatti, anzi della vicenda ne rappresentano essi stessi i fatti. Il suicidio di Angela non è che una eco, un riverbero che si sperde nei discorsi, nel vociare, nel chiacchiericcio dei compagni di classe, negli interventi degli esperti, degli editori che vogliono fare di questo fatto – che per il lettore rimane sempre fantomatico, oscuro, misterioso – un libro. Per 563 pagine si riesce a non parlare del suicidio di Angela, ma nemmeno delle reazioni dei compagni di classe, o di ciò che uno dei compagni di classe di Angela, Gianni Dezanni, inserirà nel libro che ha intenzione di scrivere, e che sta già scrivendo, proprio sul suicidio della sua compagna di classe. Ogni volta che un nuovo capitolo, paragrafo, capoverso si apre per parlare di un argomento, ecco che subito l’argomento viene lasciato in sospeso, affrontato lateralmente, addirittura tralasciato. I compagni di classe – Dezanni, Faggiulo, la Zugno, la Busulioni… - non vengono rappresentati mai. Alla fine del libro non li conosciamo meglio, rimangono solo nomi su un foglio – come se di una persona ormai bastasse solo il nome, la sua segnaletica, per rappresentarla. Non sappiamo che cosa davvero pensino del gesto della loro compagna: ne conosciamo solo un vano chiacchiericcio, un’opinione pre-confezionata, non autentica, nient’affatto rappresentativa di alcunché. Lo stesso vale per gli articoli di giornale, che sempre tacciono parlando attraverso il linguaggio precotto del giornalismo – che peraltro in questo caso è un giornalismo locale, quindi al di fuori di ogni sospetto di qualità. Il suicidio di Angela B. è un libro fatto di nulla, con moltissime “pagine bianche” che lasciano il vuoto nell’immaginazione di chi legge, che lasciano insomma il lettore a bocca asciutta.
Ma allora perché proprio un lettore come me, che considera i libri come cataloghi di oggetti – ma anche di idee, sentimenti, persone – che servono ad aumentare la sua immaginazione, afferma con tanta forza che questo è “un gran bel libro”?
Col tempo ho imparato che nella letteratura – ma più in generale è così anche quotidianamente con le persone – i libri che di primo acchito mi deludono di più, sono i libri che in realtà hanno qualcosa da insegnarmi davvero. Questi libri di solito mi deludono perché tradiscono le mie aspettative. Quando parlo di aspettative, non mi riferisco soltanto alle aspettative che nutro nei confronti del tipo di storia che mi verrà raccontata e del tipo di emozioni che quella storia mi potrà regalare; mi riferisco invece proprio ai suoi elementi strutturali – soprattutto al tipo di parole adoperate nella composizione del testo, a un certo uso sintattico, a certe forme riprodotte. Insomma, proprio come tutti, anche io ho le mie idee riguardo a come un testo vada necessariamente composto ed è proprio su queste idee che il libro che dapprima mi delude, poi mi insegnerà, interviene. I libri importanti per me sono sempre stati quelli che non hanno trovato corrispondenza con le mie idee e che per ciò stesso hanno finito col modificarle, o meglio dilatarle. Hermann Hesse diceva (più o meno): «Quando ci troviamo di fronte a una grande opera, non dobbiamo valutare i valori dell’opera, ma quanto noi si vale di fronte a essa». Col tempo ho imparato, prima di trasformare la delusione che un libro mi può procurare per aver tradito le mie aspettative in un sentimento simile all’insofferenza o anche proprio all’antipatia, ho imparato a domandarmi perché un autore ha scritto un libro così sbagliato, perché una casa editrice ha deciso di investire tempo e denaro per la pubblicazione di un libro così sbagliato, perché le colonne dei giornali hanno dedicato spazio e parole – sebbene spesso precotte – a un libro così sbagliato. Insomma ho imparato, proprio come suggerisce Hermann Hesse, non a giudicare subito l’opera, ma a giudicare prima di tutto me stesso di fronte a essa.
Quando a ventidue anni ho letto per la prima volta Fiction di Giulio Mozzi – che cito non a caso, sia perché mi fornisce l’esempio più chiaro per quello che sto sostenendo, sia perché questo è un libro che ha stretti legami di parentela col Suicidio di Angela B., il quale anzi si può considerare come il vero e proprio prodotto di quello, e che si può quindi considerare nato già come prodotto di prodotto – dopo averlo aspettato per quindici giorni, perché ho dovuto ordinarlo, visto che nelle libreria di Tortona arrivano pochissimi libri e tra questi pochissimi nessuno di autori italiani tolto Baricco, a pagina 12 l’ho letteralmente buttato al vento infastidito. Ricordo come se fosse adesso l’Einaudi bianco con il maialino di peluche fotografato sulla copertina descrivere una parabola un po’ sbilenca e atterrare dall’altra parte della mia camera da letto, a un passo dalla testiera del letto dove dormo. Fiction di Giulio Mozzi mi infastidiva. In realtà solo più tardi e poco per volta, imponendomi di confrontarmi con questo libro con calma, abbandonando tutte le mie idee – per la verità a ventidue anni ancora embrionali e annebbiate, e forse proprio per questo tanto più idee –, sono venuto a contatto per la prima volta con la poetica di questo autore, che non ho poi più smesso di considerare unico, se non altro perché inventore appunto di una “poetica”, cosa a mio avviso sempre più rara tra gli autori italiani contemporanei.
È così. Sono fatto così per tutte le cose. Per esempio la prima volta che ho ascoltato Song to the Pharoah Kings dei Return To Forever, una band fusion stellare capeggiata dal giovane Chick Corea, avrei voluto restituire il compact disk al negoziante che me lo ha venduto, non prima di aver re-intascato i soldi che avevo speso e di averglielo spezzato in due davanti agli occhi; adesso non posso che ringraziare quel compact per avere allargato i miei orizzonti nel campo della musica e determinato una svolta cruciale nel mio approccio allo studio della chitarra jazz.
Quello che trovo di unico in Giulio Mozzi – prerogativa “amplificata” poi da Umberto Casadei nel Suicidio – è la sua capacità di saper nascondere il vero oggetto dei suoi racconti – ma anche dei suoi saggi, delle sue relazioni e così via. Ciò che Mozzi deve aver capito e fatto proprio è che quando nominiamo per davvero la cosa di cui stiamo parlando, proprio in quel momento, finiamo per perderla, fin anche per ammazzarla. Ciò che facciamo quando nominiamo l’oggetto vero, ciò che davvero, da dentro di noi, vogliamo dire, finiamo per darlo in pasto agli altri, al discorso degli altri, alle loro interpretazioni, ai loro angoli visuale. E tutto questo Mozzi probabilmente non riesce a sopportarlo. Così non fa altro che non dire, non dire davvero, non nominare mai. Mozzi non concede mai davvero se stesso al lettore. Persino il suo stile, elaborato, lento, avvolgente, ricamato di punteggiatura, sembra essere una strategia di difesa nei confronti del lettore. Ma c’è di più. Il significato di ciò che diciamo fluttua perennemente in un Altrove. E’ qui, in questo Altrove, che noi andiamo cercando il senso delle cose. Così quando spieghiamo il significato di una cosa – così come adesso sto facendo io che mi sto sforzando di spiegare il significato della scrittura di Giulio Mozzi – ecco che subito questo significato si sposta altrove, subito appena detto esso riprende a fluttuare nel suo perenne Altrove. Proprio come dice lo stesso Mozzi nel suo racconto «Carlo non sa i sogni»:
Non è il sogno che vogliono, è evidente, vogliono una cosa che dentro il sogno non è, alla quale bisogna arrivare attraverso il sogno ma che non è dentro il sogno, e nemmeno dentro il sognatore o la sognatrice, che hanno il racconto del sogno ma non hanno la cosa, e infatti spontaneamente si affidano alle altre raccontando il sogno, perché lo adoperino per trovare una strada verso la cosa.
***
Ho avuto un paio di discussioni interessanti riguardo a Il Suicidio di Angela B. delle quali voglio qui riportare qualche stralcio. La prima è avvenuta tramite posta elettronica con Monica Winters, che lavora nella redazione della casa editrice Sironi.
Da: Monica Winters
Data: 11/06/2003 11.24
A: Marco Candida
Oggetto: [nessun oggetto]
Amorino?!!!???!!!!
cmq,
cambia che tu potresti pensare che la co.co.co. abbia degli interessi a chiedere a te di libri sironi. e quindi potresti rispondere in modo forzato, non libero. boh.
io ne penso che quando ho conosciuto Umberto a reggio ho pensato "è geniale. mannaggia a me che non ho ancora letto il Suicidio".
(di solito funziona così: giulio arriva con dei libri, noi li si legge, poi ci si trova e si decide quali pubblicare. noi li si deve leggere nel tempo libero. e si deve essere capaci di parlarne. a un certo punto io ho quasi smesso di leggerli. e appunto il Suicidio non l'ho letto).
duqnue sono tornata da reggio e ho iniziato a leggermi la copia che girava qui. e ho pensato "è geniale".
poi, NON SO PERCHé, NON MI RICORDO, non ho continuato a leggere. non l'ho finito. mi sono fermata dalle parti in cui faggiulo gioca con quel suo orologio da polso al cesso, o dove il protagonista parla della Fame Nel Mondo o della questione della Famiglia.
Ma forse mi confondo, e sono solo le parti che ha letto umberto a reggio. e io in realtà non l'ho mai nemmeno letto.
bah.
comunque è da mesi che vado in giro a dire che è un libro geniale.
allora ora che è uscito in formato libro, l'ho preso e l'ho ri-iniziato. e non vado avanti. non lo capisco. ci sono pagine intere che scorrono sotto i miei occhi e non capsico cosa dicano. ora, come faccio a dire che è geniale una cosa che non capisco?
altre parti, invece, mi annoiano.
ora, sono alle prese con questa cosa che mi mette a disagio. perché non so cosa pensare. giulio osanna quel libro. umberto l'ha scritto. e io credo in giulio. e in umberto.
dunque?
Da: Monica Winters
Data: 11/06/2003 13.11
A: Marco Candida
Oggetto: sì finalmente
caro marco,
guai a te (per le bomboniere)!
non so. non mi hai mica convinto tanto.
mi chiedo perché scrivere 563 pagine di niente? non siamo già pieni di vuoto? e di cicalecci e di chiacchiere?
non siamo pieni di libri che non hanno nulla da dire? che butteresti via dopo una pagina? che ci distraggono dal rileggere libri che invece ne hanno da dire? certo, secondo quanto dici, questa è la mia idea di libro... ecc.
mah.
anche no. ci sono libri che dicono poco o nulla, però mentre li leggi te la passi. ti diverti. ridi. e dopo che li hai letti ti tornano alla mente delle immagini e sorridi di nuovo o le racconti a chi è con te
in quel
momento.
(e poi forse l'umberto ha qualcosa da dire. ha da dire il niente. ha voluto forse riprodurre il niente attraverso il niente).
forse mi viene il dubbio, il più brutto e triste, che non sia scritto bene. che sia scritto male. un libro ron ron, di parole, bene, vale quanto altri libri, ecc., però, forse più di altri deve essere scritto bene. anzi, per lo meno NON deve annoiare.
perché io l'ho interrotto due volte? e adesso ho deciso di lasciarlo lì? sì, in parte per personali difficoltà con la lettura, ma solo questo?
o è scritto male?
La seconda conversazione l’ho avuta invece per telefono con l’ing. Elena Borgatti di Padova. L’ing. Borgatti è una coreografa, ma ama anche scrivere. È molto intelligente, colta, ed è un turbine – per quel che la conosco io, un po’ in tutti i sensi. Per telefono mi ha detto:
«Marco, è incredibile il battage pubblicitario che Mozzi sta facendo al libro… Qui a Padova non si parla d’altro… Il nuovo Proust, il nuovo Joyce… Che esagerazione! Tanto io non lo comprerò mai quel libro lì… Non è che mi faccio pilotare dalla pubblicità per la scelta di un libro, non sono mica una zombie…».
Io: «È così comodo invece farsi pilotare dalla pubblicità… È un risparmio di cellule grigie… Io mi faccio sempre pilotare…».
Lei: «Spediscimelo tu! Così lo leggo, eh? No, perché non lo compero, non lo compero… Proust, Joyce, ma andiamo! Opera mondo, opera fiume, tracimazione! Ma va’… Ho letto qualche riga e non si capiva niente…!».
Io: «Ma non è importante che sia scritto bene o male! È vero, ci sono parti scritte male, come se il lavoro di editing non sia stato fatto, ed è una possibilità… Ma… Il fatto è che un’opera d’arte non va capita, bisogna rinunciare alla sua comprensione… Va annusata. L’Arte va annusata. Ed è un atto di fede. Devi crederci. Crederci, Elena, capisci?».
Lei: «Sì, capisco, Marco. Ma è meglio non ti dica cosa».
***
Quando nel 1922 uscì l’Ulisse di Joyce, Virginia Woolf disse: «È l’opera di una persona ineducata, di uno studentello malato di stomaco che si stuzzica i foruncoli»; Katherine Mansfield disse: «Leggendolo non riesco a superare l’impressione di stracci bagnati, secchi non vuotati, e cose anche più orrende, dentro il suo cervello»; e Gorge Moore scrisse: «Questa non è arte; è come copiare l’elenco telefonico di Londra».
Ora, è tutto vero: nel Suicidio di Angela B. ci sono parti “scritte male”, soprattutto nella prima parte – ma potrebbe essere per ragioni di “stile”, essendo questo anche un libro repertorio di stili – e il libro come sostengo io per primo, sembra fatto di nulla, o di nient’altro che parole, e paragonare Umberto Casadei a Marcel Proust e a James Joyce assomiglia più a un’operazione pubblicitaria, che a un generoso gesto di evangelizzazione. E tuttavia…
Non sono d’accordo quando Monica Winters dice: «e poi forse l'umberto ha qualcosa da dire. ha da dire il niente. ha voluto forse riprodurre il niente attraverso il niente».
Bisogna andarci cauti. Il suicidio di Angela B., non credo si proponga di parlare del «niente». Racconta la storia di una ragazza di diciassette anni che si è suicidata, e lo fa a modo suo imbastendo una complessa e profonda riflessione su modi e forme di percepire questo evento, di manifestarlo, di scriverne. Non parla mai dell’oggetto, ma piuttosto dei modi, delle condizioni in cui di tale oggetto si vorrebbe parlare – esemplare in questo senso il primo capitolo della seconda parte. E poi ci sono vari modi di parlare di «niente». Ci sono per esempio un sacco di cose da dire sul cosiddetto «niente» o «vuoto» e un sacco di modi per rappresentarlo. Inoltre esistono vari tipi di niente o di vuoto. Il vuoto che è deserto arido e disperazione; ma anche il vuoto che è invece spazio per inserirvi eventuali nuovi valori. Ed è con questo secondo modo di concepire il vuoto, che poi è il «niente» di Monica, che credo il Suicidio abbia a che fare.
Ecco, questo romanzo di Umberto Casadei se proprio ha da essere definito vuoto è subito da definirsi però come fatto di un vuoto che crea altro spazio.
Con un calembour si potrebbe dire che il libro di Umberto Casadei somiglia al vano-portaoggetti di una automobile.
Sì, è un romanzo vano-portaoggetti.
In questo libro, come detto, non si trovano oggetti importanti – le cose di Angela, ad esempio – e riflessioni vere e proprie, ma si trovano piuttosto gli spazi, i vani, le vacuolizzazioni dentro le quali possano riversarsi eventuali oggetti e eventuali vere riflessioni, vale a dire proprio come il vano porta-oggetti di una automobile. Nel vano porta-oggetti di una automobile magari non c’è nulla, ma sappiamo che sta lì apposta perché qualcosa vi sia – monetine, carte di caramelle, salviette deumidificate. E quindi proprio per questo, in fondo, pensandoci bene, non è nemmeno importante che qualcosa ci sia davvero, perché qualcosa c’è già, c’è già da sempre ed è lì da per sempre.
E poi è il libro stesso a difendersi magnificamente. Pagina 531:
Nominare le cose – magari sbagliando – ma farlo. Trarle dal nulla. Vero, falso: che senso aveva? Era il suo modo di opporsi al nulla. E in certo senso era meraviglioso. Pura e semplice volontà.
Le parole sono oggetti del corpo. Tutte le parole che scelgo, le cose che mi faccio venire in mente, sono in qualche modo già date, determinate. Sono determinate dal mio corpo, dal mio sistema nervoso. Se ho scelto di dire una cosa piuttosto che un’altra, l’ho fatto per il mio corpo, per il mio sistema nervoso – la memoria risiede nel sistema nervoso. Le scelte lessicali sono orientate non propriamente e non solo dalla ricerca del senso – non c’è senso per arrivare al Senso –, della musicalità, del ritmo, ma soprattutto dal mio corpo, dal mio sistema nervoso. Quindi quando scrivo non scrivo mai di una cosa, ma scrivo me stesso. La sintassi sono io, il ritmo sono io. Ecco perché chi scrive elabora un proprio ritmo, perché altro non fa che scrivere se stesso. O meglio trascriversi. Trascrivere i propri nervi, i propri neuroni, le pulsazioni arteriose, le proprie connessioni sensoriali, le proprie percezioni. Dunque non è importante la cosa di cui si parla. Essa è arbitraria. E’ solo pretesto, crosta, veicolo del vero oggetto di qualunque narrazione: se stessi. Non con se stessi si parla di se stessi. Ma nemmeno si parla. Sono le cose, le parole che si dicono a parlare per e di noi.
Ecco che allora, in questo senso, le parole, le cose sono oggetti del corpo. Esse ci rappresentano al di là delle nostre intenzioni.
La parola chiave è metalinguaggio.
Le parole rimandano sempre ad un significato ulteriore, che non è mai e solo quello legato alla parola scelta. E per me – Marco Candida, Via Emilia 102, Tortona, Alessandria – si è sempre nel metalinguaggio, tutti i giorni, in qualunque momento, in qualunque discorso, in qualunque testo, anche il più studiato, anche il più razionalizzato. Le parole sono gallerie di significati ed ogni volta che si pronuncia una parola – qualsiasi parola – questi significati rotolano fuori dalle gallerie tutti insieme. Non resta che operare su questi significati una scelta, un’altra volta, ciascuno la propria scelta, in base al proprio sistema nervoso.
Che importanza ha dunque se ciò che si dice è giusto o sbagliato? Giusta o sbagliata che sia la cosa detta esprime l’essere parlante, che diviene essere parlato, raccontato, snidato dalle parole dette, al di là delle sue intenzioni. Ecco l’ultraneo del linguaggio, ciò che esso rivela, esprime al di là di quanto dice.
Per cui ad esempio a tavola posso chiedere a mia madre di passarmi il sale, ma in realtà le sto dicendo che le voglio bene; posso scrivere per filo e per segno tutto quello che ho fatto, detto, pensato dal 4 Settembre del 1978 a oggi e non rivelare nulla di me stesso; posso far uscire dalla mia bocca solo discorsi sbagliati ma non per questo, o forse tanto più per questo, non aver smesso mai un secondo di far riflettere su cose giuste.
E così via.
***
Piuttosto, se una critica va rivolta al Suicidio sul modo in cui è scritto, riguarda un certo grado, insopportabile per me, di ‘stilizzazione’.
Personalmente ho sempre pensato che lo stile sia l’estrinsecazione di una propria moralità – a patto che questa moralità si consideri nel senso più alto, si consideri forse ancora meglio un’etica, la quale molto spesso si muove in deroga alla morale spicciola, borghese, benpensante, ai costumi, ai vezzi… guidata dalla volontà di perseguire uno scopo più alto e nobile. Ecco perché lo stile si forma piuttosto che nel rispetto, nella deroga alle regole sintattiche, grammaticali e più in generale della ‘letteraturità’: chi possiede – meglio sarebbe dire chi appartiene a – uno stile, ha chiari i suoi scopi, dunque può permettersi di abbreviare certi percorsi, di fare a meno di certi strumenti indispensabili ad altri: si concede insomma coraggio e libertà, due concetti che appunto solo ci si può concedere da sé, e non si possono ricevere o imparare o dei quali ci si può impadronire.
Ciò che intendo per stile è una modalità d’espressione, un modo di dire le cose, un modo di scriverle, che deve necessariamente nascere da una esigenza interna, deve venire da dentro, da dentro scaturire naturalmente e rispecchiare in tutto e per tutto l’essere parlante. Lo stile, o il cosiddetto stile, non è un concetto del quale bisogna appropriarsi, ma al quale soltanto si appartiene. Lo stile per me è esprimersi nel modo come siamo capaci – ma quanta strada per arrivare a questo modo! Ecco perché non bisogna smettere i panni di se stessi per entrare nella scrittura, nell’idea della Scrittura, nel suo idolo, e per indossare la maschera dello Scrittore. Scrivere è scrivere se stessi, quindi è un portare se stessi, non un disfarsene, un evaderne. Si può evadere dal mondo scrivendo, dalla realtà, certo; ma non si può, non si 'deve' evadere se stessi. Non bisogna nascondere se stessi, ma donarsi alla scrittura, con generosità. Così il commercialista quando scrive, non smetta i panni del commercialista! L’avvocato quando scrive non smetta i panni dell’avvocato! Il muratore quando scrive non smetta i panni del muratore! La scrittura ha bisogno nella stessa misura di commercialisti, avvocati, muratori. Ha bisogno non delle cose che sanno, ma delle cose attraverso le quali possono esprimere meglio se stessi. La Scrittura non vuole cose. Non vuol essere informata la Scrittura! La Scrittura non è avida del Sapere. Mica c’entra il Sapere con la Scrittura! La Scrittura è assetata di sistemi nervosi. Vuole stringere cuori, palpare cervella! Ecco cosa vuole. Sei uno sciocco? Racconta la tua stupidità! Sei un genio? Racconta la tua genialità! O meglio: lascia che sia la tua stupidità o la tua genialità a raccontarti. Il concetto è che non bisogna impadronirsi d’alcunché, è uno sforzo inutile, bisogna accettare se stessi e raccontarsi o lasciarsi raccontare per quel che si è, come si può – e già questo è tantissimo, anzi questo è tutto.
Ecco perché bisogna rifuggire non dallo stile, ma dall’idea di stile, dall’oggetto-stile, come se lo stile fosse un oggetto, come, poniamo, un guanto, da indossare ogni volta che vogliamo scrivere.
Detto questo, è il secondo libro della Sironi – oltre al Suicidio anche Porto di mare –, dove trovo questo per me insopportabile difetto della stilizzazione – e se lo stile è l’estrinsecazione di una propria moralità, la stilizzazione è l’estrisencazione di una propria ‘falsa’ moralità. Lo trovo falso, insopportabile, l’ultimo rimasuglio di un’idea – e per il fatto stesso di essere idea, idea sbagliata – di scrittura. E invece no. Così come la letteratura, anche la scrittura non si faccia con la scrittura, con le sue idee, le sue regole, i suoi escamotage, bensì con Altro, sempre Altro, e sempre Altrove.
Mi domando allora a quale scopo, da quale esigenza interiore nasca la necessità di far fuori sistematicamente da ogni frase, come avviene nel Suicidio, la preposizione semplice «a».
Nel Suicidio non troviamo mai frasi come «Stavo andando a casa», «Stavo parlando a lui», o «Pranzare a casa», o «Filare a letto», ma sempre, sciaguratamente, «Stavo andando casa», «Stavo parlando lui», o «Pranzare casa», o «Filare letto». E francamente non vedo nessuna esigenza che scaturisce dall’interno in tutto questo; vedo solo la volontà di appropriarsi di uno stile, l’obbedienza ad una certa regola per cui è necessario ritagliarsi uno spazio di libertà anche dalle e nelle regole grammaticali, così che in quella mancanza della preposizione semplice «a» si possa riconoscere la presenza dell’autore, la sua ingombranza, la sua invadenza – dico io –, la sua extra-localizzazione direbbe Bachtin. La mancanza della preposizione semplice «a» mi appare davvero come una mancanza nei confronti di se stessi, un voler esserci, nel testo, a tutti i costi, davvero qualcosa di invadente, che non si accorda con nulla, che non è sensato, o forse proprio per questo quanto più “sensato”, nel senso del participio passato, ossia indirizzato, direzionato, orientato artatamente.
Insomma trovo la mancanza della preposizione relativa semplice «a» un’ipocrisia del testo e dell’autore, una civetteria, una falsità.
Ecco, questa, semmai, è la critica da rivolgere al Suicidio.
***
Non appena la si era notata continuava ad occupare la mente… Ciò che colpiva era che, non essendo semplice, non era nemmeno veramente complessa, complessa d’acchito o d’intenzione o d’un piano complicato. Piuttosto de-semplificata una volta che veniva lavorata…. Così com’era, era una tavola con aggiunte, come furon fatti certi disegni di schizofrenici detti inzeppati, ed era terminata solo in quanto non v’era più modo di aggiungere alcunché, tavola che era divenuta sempre più ammucchiamento, sempre meno tavola… Non era adatta ad alcun uso, a niente di ciò che si aspetta da una tavola. Pesante, ingombrante, era appena trasportabile. Non si sapeva come prenderla (né mentalmente, né manualmente). Il piano, la parte utile della tavola, progressivamente ridotto, scompariva, essendo così poco in relazione con l’ingombrante intelaiatura, che non si pensava più all’insieme come a una tavola, ma come a un mobile a parte, uno strumento ignoto di cui non si fosse conosciuto l’uso. Tavola disumanizzata, senza alcuna comodità, che non era borghese, non rustica, non di campagna, non di cucina, non da lavoro. Che non si prestava a nulla, che si difendeva, che si sottraeva al servizio, alla comunicazione. In essa qualcosa di atterrato, di pietrificato. Avrebbe potuto far pensare ad un motore fermo.
In che senso allora il Suicidio di Angela B., questo romanzo non-romanzo, questo romanzo ronron, questo romanzo vano porta-oggetti, questo romanzo sedicente, auto-referenziale, ripiegato in se stesso, che pure mi ha inchiodato ipnoticamente a sé, può paragonarsi alla “tavola” di Henri Michaux contenuta nell’opera di Deleuze e Guattari?
Come la tavola, anche il Suicidio è un’opera de-semplificata, è un’opera di aggiunta di aggiunte, di ammucchiamento – di testi, di stili, di autori –, è un’opera dove tutto è produzione, un’opera prodotto di prodotti, un’opera d’assemblage. Non riesco a non pensare il Suicidio come un macro-processo scomponibile in micro-processi, e tra questi micro sotto-processi, e tra questi sotto ancora altri processi, minori… via via fino all’infinitamente piccolo. Il Suicidio è un romanzo di forme senza forma, un romanzo di stili senza stile – a parte il tentativo, fallito, di unificare questa congerie di stili mediante la stilizzazione che si accennava – di storie senza storia, io dico addirittura di parole senza parola, cioè senza traguardo. È la “storia semplice” del suicidio di una ragazza, ma de-semplificata attraverso il racconto non della “storia semplice” ma di tutto ciò che della storia è derivazione, portato, produzione. L’idea insomma è quella di parlare di un fatto attraverso non la produzione del fatto, la sua riproduzione, fictional o reality, ma attraverso le produzioni del fatto – genitivo soggettivo –, che sono dunque produzione di produzioni (il testo di Rinaldo Qualcosa oppure il libro stesso di Giovanni Dezanni ), produzione di registrazioni (gli articoli di giornale o i necrologi), produzione di consumi (le emozioni dei compagni di classe, le emozioni di Pier Giorgio Izza …). Tutto è riprodotto, tutto è produzione, il fatto e il commento del fatto stanno sullo stesso piano, proprio perché sono due fatti differenti, non il commento del fatto la sua registrazione, ma proprio un altro fatto a sua volta, del tutto slegato dal primo; ma – e qui sta la grande riflessione interna del Suicidio – così è sempre, in ogni romanzo, anche il più strutturato, per cui non si racconta mai un fatto, ma più fatti, costellazioni di fatti che gravitano intorno al fatto, che non è mai detto, mai raccontato, nemmeno quando lo si fa, o si crede di farlo, esplicitamente, ma rimane sempre altro, nasce sempre di nuovo e nuovo rispetto a quello, così che davvero diventa insensato parlare di alcunché, soprattutto riferirsi a, non rimangono che sole parole, che soli suoni, che soli equivoci, del tutto casuali, del tutto slegati di senso l’uno rispetto all’altro – così come questa recensione, che non è una recensione, ma ne rappresenta al più appunto un equivoco, non ha affatto, e non potrebbe averne, alcun legame, nessuna assonanza o risonanza col Suicidio di Angela B. di Umberto Casadei, edizioni Sironi, il miglior libro della collana «indicativo presente».
Da: Monica Winters
Data: 16/06/2003
A: Marco Candida
Oggetto: !!!!!!!!!!!!
aspetta
però!
che dopo averne letto altre 450 pagine (merito tuo! scrivilo nel tuo resoconto!) devo proprio rimangiarmi le parole! per lo meno non posso più dire che non capisco le frasi o che sia scritto male. però è presto, non l'ho ancora finito, e sono FRASTORNATA. ora non saprei che dirne. certo è che mi ha colpito. direi che sì è geniale, anche solo per la capacità di umberto di dire così tante cose, di usare così tante parole, di presentare così tante figure diverse e ogni volta farsi credere. e ogni volta che inizia a parlare un nuovo personaggio mi costringe a rimettere in discussione l'impressione che mi aveva fatto il precedente. e poi per la capacità di scavare e andare a fondo anche in modo inconcludente, anzi lesionista, insomma - a me pare - da mente di un depresso (1), come fanno angela o izza che non sopportano la difficoltà di stare insieme (2).
e poi ci sono alcuni punti così delicati, poetici (3).
ti scrivo qualche pezzo va là . (sai che ti dicevo che a volte certe immagini lette rimangono, ecco umberto rimane un po' tutto..).
te ne scrivo uno per ogni cosa che ho detto, o quasi (per quello trovi i numeri tra parentesi).
(1) Scusare un alunno - che scrive cose spiacevoli su di me, che sono una sua professoressa, e su una compagna di classe che si è uccisa di cui non sa niente, la cui triste vicenda con ogni probabilità sfrutta a fini di pretesto pubblicitario per fare un libro dopo avere bocciato, ritenendola un'assurdità, la mia idea di fare un libro funerario sulla medesima compagna suicida - perché a sua volta si scusa del fatto che mi ringrazia.
Ecco, questo. Non so davvero. Il fatto è che mi sento profondamente in crisi, incapace di valutare giudicare. E più mi organizzo in tal senso, più cado vittima dei dubbi. Più divento cosciente, meno mi piaccio. E meno mi piaccio, più chiedo scusa, ma più chiedo scusa meno sincero mi sento, così si solleva dentro di me una tumultuosa insurrezione di spiegazioni, che a loro volta esigono un'altrettanto tumultuosa reazione di controspiegazioni. Io devo spiegare, non posso farne a meno. Ma [a] chi?
(2) ... Come quando aspetti troppo a salutare, pensai. E inizi a percepire lo smantellamento in corso dello scenario. Certo, messo in piedi abilmente. Tuttavia, con i minuti contati. Uno scenario in precario equilibrio, un minuto in più e ne vedresti il crollo. ... “È tutto così sciocco” cinguettava Angela. “Troppo stupido”. ... Disse che tutto ciò che attrae si avrebbe voglia di toccarlo. Come i bambini piccoli, che rapiti da tutto, toccano tutto. E scoppiando in un sorriso riarso, simile a una sorta di singhiozzo, aggiunse: persino la merda. Nel dire quest'utlima cosa, la voce le si schiantò come legno secco, suonò d'un tratto infantile, dialettale.
(3) ... perché in quel chiasso di risa e cinguettii aveva preso a muoversi tutto, lombrichi, bombi, ragni, lucertole, poi vespe, pallini rossi e verdi volanti, ufo microscopici, pollini e soffioni, e c'era merda di cane traforata come una catacomba dilucolante di mosche smeralde, e c'erano chilometriche funicolari di formiche d'ogni dimensione che si passavano universi come per un trasloco transoceanico... ... c'eravamo accorti insieme di essere dentro la vita e che era una cosa incredibile...
(4) Si volta. Poi, lentamente, protende il busto. Avvicina il viso. Afferra il bavero del mio giaccone. Stai attento, merda, suggerisce.
(5) ... credo che se non lascio uscire la calma che mi sta riempiendo, se riesco a conservarla, posso trovare il modo di ricondurre ciò che ho scritto alle cose senza nome che mi attraversano, e che forse le posso nominare comporre; penso riguardo a quanto ho scritto che se fino a qualche giorno fa la labirinticità delle immaginazioni che avevo messo su carta mi sembrava intollerabile è perché le consideravo tutte insieme, come un'unica cosa un tutto che non riusciva venire a compimento, sicché mi determinavo a isolare unità più piccole, la singola pagina ben fatta, un singolo capoverso, addirittura...
(6) Socratico? Ehm, ma certo..., garrisce mamma, tendendosi verso papà. Il metodo della levatrice, no? No? Eh? Ma sì, certo! esclama mamma. La levatrice! La levatrice! Papà a dir poco disorientato, in totale balia delle loro paturnie. Pippo, sei il Socrate degli adulatori! ... E questo è Gianni, fece mia madre. Il figlio di Socrate, dissi io. Forcipe, sfuggì a mio padre.
poi ci sono delle riserve.. per prima l'osticità (si dice?) della prima parte, che temo possa scoraggiare molti lettori. le altre devo concentrarmi, e ora devo anche iniziare a lavorare...
insomma, vedi, scrivo così senza averci pensato o senza essermi costruita qualcosa da dire, è che quel libro è un po' una valanga, non
trovi?
e io ho fretta di scriverti queste cose, se no mi sfuggono.
(p.s.: e poi quanto amore nel parlare di faggiulo...) (4).
(p.p.s.: e poi tutte quelle parole libere e quasi deliranti nella loro libertà sulla scrittura e tutto il resto... mi hanno ricordato il male oscuro di giuseppe berto). (p.p.p.s.: e poi, a volte com'è spassoso!) (6)
ah, hm, e poi, è bello quello che scrivi tu sulla propria voce
ciao marco.
***
Poscritto
Per la composizione di questo testo ringrazio le frequentazioni con Jacques Derrida, Gilles Deleuze, Giulio Mozzi, Elena Borgatti, Monica Winters e in modo particolare, proprio in questi giorni in cui si ricorda l’anniversario della sua morte, l’inevitabile Carmelo Bene.
Grazie.
di recensioni at
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