24/01/2004

Orecchie

Orecchie ORECCHIE Il Libro di Qualità che ho letto è lungo 121 pagine, io lo ho finito in tre giorni. Ho fatto quattro orecchie al libro – un’orecchia a pagina 24; una a pagina 98; una a pagina 110; una a pagina 119 –; quindi, poiché un’orecchia corrisponde ad una interruzione, mi sono interrotto quattro volte. Pur considerando che il Libro di Qualità è un libro di racconti, mi pare evidente che avendo messo una orecchia a pagina 98 e poi a pagina 110 – quindi essendomi interrotto dopo sole 12 pagine – e poi avendo addirittura messo una orecchia a pagina 112, cioè sul finale del libro, mi pare evidente, dicevo, di aver trovato il Libro di Qualità piuttosto noioso. Per rendere più convincente questo giudizio – “noioso” – voglio dire che quando non trovo un libro “noioso” ci metto poco a leggerlo. Se un libro è di 300 pagine, ci metto un giorno – mi prendo tutta la Domenica pomeriggio, ad esempio –, se un libro è di 1254 pagine, se mi piace, avendo tempo, posso anche metterci tre giorni – a quindici anni ero rimasto impressionato da un mio compagno di scuola che era riuscito a leggere It di Stephen King in soli tre giorni, avendocene io impiegati invece undici; da allora mi sono ripromesso di non essere più così pigro –; ma, al di là del numero dei giorni che mi ci vogliono per un libro, il particolare davvero significativo rimane per me nel numero di orecchie che vi faccio. Ci possono essere varie ragioni che determinano l’allungamento dei tempi di lettura di un libro – e la maggior parte di queste ragioni sono tutte valide, e anzi forse non esiste nemmeno una ragione non valida per non dedicarsi alla lettura di un libro –, ma se la nuova orecchia che ho fatto si trova troppo vicino a quella precedente – se non dista almeno 40 pagine da quella precedente, voglio dire – allora non è più solo questione di “ragioni valide” o di “circostanze” o di “voglia che manca”: significa solo che trovo il libro che ho davanti “noioso”. Certo sarebbe ingiusto ridurre tutto a una esposizione di numeri: è importante anche come leggo il libro, intendendo per come il modo in cui mi dispongo fisicamente alla lettura, il tipo di gesti che compio durante la lettura, persino la postura che adotto, persino il tipo di superficie che scelgo. Per questo libro, per esempio, che è un Libro di Qualità, ho assunto un atteggiamento quanto più di qualità potessi. Ero riposato: niente palestra o sforzi fisici defatiganti, che possono deconcentrare. Avevo i capelli corti, senza la frangia che mi cade sugli occhi ogni volta che giro una pagina del libro, costringendomi ad allentare, anche di poco, l’attenzione. Avevo una bottiglietta d’acqua minerale naturale non gassata accanto a me, per non costringermi ad alzarmi per andare in cucina – cosa che mi capita sovente: io bevo molta acqua. Avevo scelto la poltrona che preferisco per leggere: quella nella mia stanza, con lo schienale rivolto contro la porta-finestra che dà sul balcone interno in modo che la luce naturale del pomeriggio e del mattino – io cerco sempre di leggere di mattino presto oppure di pomeriggio tardi – illuminasse le pagine del libro. Grazie a questa poltrona tenevo il busto eretto, il libro con due mani, con i pollici schiacciati sul fondo della pagina, la sinistra nelle facciate dispari, la destra nella facciate pari, senza assumere mai posizioni scomode e che potessero farmi deconcentrare. La poltrona inoltre è fatta di cuscini soffici, morbidi, riposanti, non mi ha causato nessun dolore, di nessun tipo; eppure ho trovato lo stesso il libro “noioso”. Le nostre considerazioni sono figlie dei nostri sensi – il che non significa che io pensi davvero che dei miei sensi mi possa fidare o debba avere fiducia assoluta, perché non sono un naturalista, né ho la vocazione a pensare che i limiti non siano limiti – quindi prima di dire che ho trovato un’opera d’ingegno “noiosa”, considero tutte le relazioni possibili tra me e quest’opera, non potendo perciò dimenticare che il Libro di Qualità che ho letto è anche un oggetto. A me piace pensare che i libri siano un po’ come le persone. Del resto a pensarci bene, libri e persone hanno molte cose in comune: entrambi sono fatti da altre persone, ad esempio, (non a caso si parla di “concepimento”, “parto”, “aborto”), poi hanno un aspetto esteriore (copertina, quarta di copertina, para-testo – qui mi riferisco ai libri, non alle persone) e uno interiore (il testo contenuto nell’opera, come, per dire, l’anima nella persona), poi ancora hanno un modo per esprimere le cose e le cose che vengono effettivamente espresse (così come una persona ha un modo di esprimere se stessa e poi appunto se stessa, cioè ciò che è davvero al di là di ogni sua forma di espressione) e così via. Ora, io tendo a valutare una persona innanzitutto dal suo aspetto esteriore: da cosa indossa, da come è conciata – e la stessa cosa vale per un libro. Questo libro di Qualità ha la copertina pieghevole, sfondo bianco, con una fotografia, righe arancioni, titolo – non so in quale carattere, né, mio Dio, penso possa interessare a qualcuno! – di colore arancione, i risvolti della copertina di colore arancione, le pagine ottenute da carta da riciclo, le lettere stampate con spaziatura media, i caratteri intorno al valore 10, insomma: nulla che non vada nemmeno nell’aspetto, e infatti è stato un piacere acquistarlo, ed è un piacere osservarlo nella mia stanza sulla mensola dei libri dove è riposto con tutti gli altri. Mi domando, quando mi trovo di fronte ad un oggetto – un oggetto qualsiasi – e questo oggetto mi piace o non mi piace, mi domando se sia più opportuno, per esprimere questo piacere o questo dispiacere, descrivere l’oggetto in ogni sua parte, descrivere come funziona, che relazione ha nel contesto dove è inserito e con me, oppure descrivere solo me stesso che osservo l’oggetto e che cosa nell’oggetto proietto, cosa voglio e non voglio vedere di me stesso, quanto esso mi rifletta e in quale modo, e così via. Insomma il mio dubbio oscilla tra: come è fatto l’oggetto oppure come sono fatto io? Insomma domandarmi: cosa è? Oppure: Chi sono io rispetto a lui – o esso? La risposta che mi do è tutte e due le cose: solo nell’incontro col soggetto, l’oggetto acquista significato, cosa che credo valga anche capovolta. La mia cioè è una risposta romantica. Allora prima di dire che questo Libro di Qualità è “noioso” devo descrivere me stesso per comprendere e far capire se non sia stato io a essere in uno stato d’animo predisposto alla noia quando lo ho letto. Del mio atteggiamento al momento della lettura del libro ho già detto. Delle mie condizioni fisiche posso dire: sotto controllo. Delle mia condizioni mentali posso dire: normali, nel bene e nel male. Delle mia condizioni economiche posso dire: grazie, lavoro. Delle mia condizioni sentimentali posso dire: male, ma cerco di non pensarci. In una parola posso dire della mia condizione generale quando ho letto il Libro di Qualità – 16-17-18/11/02 –: serenità. Quindi non mi rimane da dire che ho trovato il Libro di Qualità “noioso” per ciò che raccontava. Il Libro di Qualità si chiama Standards Vol. I Edizioni Sironi della Collana Indicativo Presente curata da Giulio Mozzi. Non è mia intenzione raccontarne qui le trame dei cinque racconti, mi basta indicarne il titolo: per il resto, è nelle librerie, si può acquistare, così ho fatto io. Recensire un libro senza parlarne è o una sciocchezza oppure è un tentativo fallito in partenza – diavolo, non si può parlare di una cosa non parlandone! D’altra parte, io non sono nessuno per recensire – e recensire parlandone male – un grande autore come Vitaliano Trevisan. Poi anche qui su Vibrisse ci sono già state recensioni di questo libro e ce ne sono altre sparse nel web, per non parlare del sito della Sironi Editrice dove sono raccolte tutte le recensioni, tutte positive, su questo libro. Ubi maior, minor cessat. Qui mi interessa parlare di un’altra cosa, legata a questo libro, e quindi a questo punto sono costretto a dichiarare i miei scopi: questa non è una recensione, ma uno spunto polemico – un garbato spunto polemico, che spero si voglia accogliere ugualmente su Vibrisse. Lo spunto polemico è il seguente: che cosa diavolo s’intende per Libro di Qualità? Vediamo un po’. Vitaliano Trevisan è un autore di qualità: semplificando si può dire che sia una sintesi felice tra Beckett e Dostoevskij. Leggendo Trevisan, ad esempio, ho scoperto e capito Beckett – che senso abbia e se abbia senso usare espressioni come “scoprire” e “capire” riferito ad un autore sia pure di alta letteratura meriterebbe un altro “spunto polemico” a parte, ma insomma. Trevisan è il grande cantore del soggetto che di fronte all’oggetto si rende conto della sua incapacità strutturale di poterlo comprendere – come in Xmas Carol della raccolta Standards Vol.I oppure come nella frase iniziale del racconto finale dello stesso libro: “Non è il mondo che dobbiamo adattare a noi, ma noi che dobbiamo adattare al mondo”. Quando penso a Trevisan non posso fare a meno di pensare a parole come: nord, sud, est, ovest, destra, sinistra, alto, basso, superiore, inferiore, leggero, pesante… E subito pensare al soggetto che si rende conto di quanto qualunque rappresentazione elaborata mediante l’utilizzo di queste coordinate sia falsa. Trevisan è un anti-naturalista : pur facendo esperienza della realtà utilizzando soprattutto i suoi sensi – direi soprattutto la vista –, sa benissimo, o vuole dimostrare, tutti i limiti e la falsità delle rappresentazioni fornite da questi sensi. Poi chi ha letto I Quindicimila passi – Bartolomeo di Monaco vedi Vibrisse 93 10.02.03 lo ha fatto – sa bene che quello è un libro magico – potrebbe piacere la definizione de I Quindicimila Passi come thrilling filosofico? Per libro magico intendo un libro impossibile, impensabile, che solo pensarlo viene voglia di dirsi: “Sarò pazzo?”. Tenere il lettore col fiato sospeso tra argomenti filosofici, sorsi di caffè, passeggiate solitarie, è, almeno nelle intenzioni, un po’ da pazzi: riuscirci è essere scrittori da brividi. Quindi Trevisan è uno scrittore da brividi, che ha scritto un libro magico, cioè un libro che ha scavalcato i limiti del pensabile per dare forma all’impensabile. Ma c’è di più. Standards vol. I è curato da un altro scrittore di Qualità – anche se da un po’ di tempo mi domando se uno scrittore di Ricerca sia anche uno scrittore di Qualità – che è Giulio Mozzi. Il quale cura una collana di libri che sono tutti dichiaratamente libri di Qualità. Infine io ho letto I Quindicimila passi quindici volte, una cosa che ho fatto solo con It di Stephen King – e sfido chiunque a dire di non averlo fatto, almeno tra i nati dal 1974 al 1986 – e con Martin Eden di Jack London – il primo libro che ho letto, a undici anni. In conclusione è naturale che mi sia accostato a Standards Vol. I pensando di aver di fronte un Libro di Qualità. A me la parola Qualità piace. Se una cosa – qualunque cosa sia – è di Qualità attira la mia attenzione. Sarà forse perché da qualche mese mi occupo di Qualità per lavoro. O sarà forse perché oggi è il tempo della Qualità. La Qualità è predicata in tutti i campi – dall’edilizia alla cucina. Ciò che a me interessa della Qualità è l’aspetto della sua misurabilità. Esistono criteri e parametri anche per misurare la Qualità. Per esempio per un’azienda esistono le visite ispettive esterne, durante le quali un ispettore esterno visita l’azienda rivoltandola come un sacco alla ricerca delle non conformità del sistema – mi rendo conto che questo sia un discorso complicato, ma farlo può servire per rendersi conto di quanto complicato sia garantire la Qualità. Per fare questo è necessario stabilire degli indici, poi procedere con le tarature degli strumenti, ad esempio. Per garantire la Qualità – che si concreta nell’apposizione del marchio CEE – di un giocattolo, ad esempio, vengono impiegate apposite apparecchiature di misurazione, vengono effettuati calcoli complicati, diagrammi di Gant, diagrammi di flusso, tabelle, numeri, eccetera. Inoltre ciò di cui si occupa la Qualità è stabilire, attraverso indici che vanno concordati con la stessa azienda, il grado di soddisfazione del servizio interno ed esterno. Esempio: la soddisfazione del cliente e il grado di collaborazione, efficienza, competenza del personale interno, eccetera. Bene. Dubbio: è possibile misurare allo stesso modo la Qualità di un libro? In altre parole, scherzando: è possibile immaginare un organo come il RINA di Genova, in grado di attestare la qualità di un libro, dietro compenso? Forse. Se un libro è sostenuto da un critico come – che ne so – Barilli; se ottiene recensioni positive su – che ne so – Sette; se l’autore è sostenuto da un autore di Qualità come – che ne so – Arbasino; è evidente che tutto questo può indurre a ritenere che il libro che abbiamo di fronte sia un libro di Qualità. Solo che, ecco, io – Marco Candida Via Emilia 102 15057 Tortona Alessandria – non ci credo. A me pare che la Qualità – almeno riferita alle opere di ingegno, che, a quel che ne so io, non sono misurabili – sia come quei concetti come la democrazia o come la felicità: intanto comincio col dire che c’è, perché, già dicendolo, piano piano magari convinco tutti che c’è per davvero. Se noi diciamo che un libro ben scritto o scritto come Dio comanda è un libro di Qualità, dobbiamo per forza spiegare che cosa si intende con la parola “ben” o quale sia il “Dio” che comanda – se Allah, Budda o Giulio Mozzi. In altre parole dobbiamo indicizzare le nostre valutazioni. Ma così facendo – indicizzando le nostre valutazioni – come possiamo garantire che ciò che stiamo per proporre sia davvero di qualità? Come si può – adesso userò termini forti – essere tanto spudorati, tanto gesuitici? Come si può essere i depositari delle regole del Buon Romanzo, che è come essere i depositari del Nulla, del Vuoto Più Nero e Impenetrabile, perché non si dà Buon Romanzo, non è possibile esista, e perché tutti i romanzi sono Cattivi Romanzi, così come tutta la Letteratura è Cattiva e Cadaverica Letteratura? Risposta: non lo si può, se non per calcolo. Perché dire che un libro è di Qualità è lanciare una sfida intellettuale al lettore. Significa dire (al lettore): sei in grado tu di apprezzare la Qualità quando ce l’hai tra le mani? Poi c’è dell’altro. Per esempio, facendo fanta-editoria: io ho la possibilità di pubblicare libri; per ragioni personali e anche un po’ per scegliere una linea editoriale definita decido di pubblicare solo autori provenienti dal Piemonte Orientale – Novara, Vercelli, Asti, Alessandria –; poi decido di pubblicare solo autori che ambientino le loro storie a Novara e Vercelli; poi tra questi di pubblicare solo coloro che hanno il cognome che inizia con la B e con la Y; dopodiché dichiaro che i libri che ho intenzione di pubblicare sono libri di Qualità. Se poi questi libri non vendono, a questo punto la colpa è della casa editrice che non ha pubblicizzato abbastanza, del pubblico che, si sa, legge solo thrillerazzi americani perché ci sono i personaggi coi nomi in inglese – come Peter, Steven, Michael e Jackson –, ma in definitiva è colpa proprio della qualità della mia proposta che quanto più è stata alta tanto più è stata rifiutata. E io sono a posto. Per sfuggire al trabocchetto – sì, trabocchetto – della Qualità ho elaborato così anche io i miei indici di valutazione: il numero di orecchie che faccio in un libro, ad esempio, è un buon indice di valutazione. Se in un libro diciamo di 300 pagine avrò arricciato l’angolo della pagina in fondo a destra per 6 volte, allora vorrà dire che avrò mal speso i miei soldi e che non comprerò più libri di quella Collana, anche se la Collana dovesse intitolarsi Collana Qualità, senza perdere per questo stima di me stesso come lettore, anche dovessi preferire alla Collana Qualità un’altra Collana intitolata Collana Cazzate. Ed è in conseguenza di queste scoperte e delle loro susseguenti decisioni che ringrazio l’esistenza del Libro di Qualità di Vitaliano Trevisan, pubblicato da Giulio Mozzi, per la Sironi Editrice intitolato Standards vol. I: dopo tutto è stato un libro che mi è servito.
di recensioni | 24/01/2004
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