Battito animale di Giuseppe Caliceti
Battito animale di Giuseppe Caliceti
Questa è la prima recensione che ho scritto qualche anno fa.
Battito animale, recensione di Marco Candida su Vibrisse. [Di questo libro s'è parlato anche in vibrisse 36 del 13.05.01] [Da Emilianet]
Battito Animale di Giuseppe Caliceti, edizioni Marsilio, convince soprattutto per la caratterizzazione del suo personaggio principe: Nonno. Grazie a questo Zelig – come Nonno stesso si definisce –, grazie a questa soggettiva palpitante, scoppiettante, sardonica, irriverente, il romanzo riesce ad impennarsi e a raggiungere buona quota. Questo romanzo, infatti, vive non di situazioni – che pure ci sono e sono tante –, ma di metalinguaggio. Nonno non ci parla solo del mondo in cui vive – il mondo delle discoteche –: Nonno è il mondo in cui vive. Ne costituisce una costola ben salda; ne è figlio o vittima consapevole; ne è fiero portabandiera; riflette quel mondo, trasuda quel mondo, lo rappresenta.
Ma chi è, dunque, Nonno? Nonno è proprio come, in genere, possiamo figurarci un rappresentante del popolo della notte: è un tipo sbracato, di un qualunquismo ubriacone e percorso da un'inestinguibile furore sessuale. Nonno è un personaggio spaccone, superficiale, carogna; non presenta, tuttavia, aspetti macchiettistici: il suo turpiloquio è ispirato, non contrappuntistico; il suo iper-citazionismo ("Ricopio qualche frase da talento: Cicerone [...], Jim Morrison, Snoopy, Marinetti, Martin Luther King") è la risultante tipica della cultura postmoderna; e il modo da caserma in cui Nonno pratica il sesso (nonché la sua visione machista che lo porta ad elaborare assurde categorie: "suini" e "vagine", "uniglutei" ecc.) appare solo come l'ultimo tassello di un simile personaggio, improntato ad una morale beona e un po' imbecille. Nonno è un personaggio monocorde: la sua melodia, il ritmo dei suoi pensieri in un certo senso non cambiano mai. A un certo punto si ha quasi l'impressione che la sua prosa eccessiva, rutilante, tambureggiante crei oggettività: sia che si tratti di un comizio politico alla presenza dell'onorevole Melandri, sia che si tratti di incontri sessuali, sia che si tratti della Terza Festa della Unità di Reggio Emilia, pare sempre di essere in mezzo ad un rave-party allucinato e caciarone.
La vicenda del romanzo è piuttosto semplice: la Fonderia Italghisa, una discoteca, pur trovandosi in una zona considerata industriale, confina a pochi metri con un complesso residenziale. In seguito alle proteste delle famiglie occupanti questo complesso, che, dopo anni di malsopportazioni a causa dell'inquinamento acustico prodotto dal martellante bum-bum, si formalizzano in una serie di processi e accertamenti; ma soprattutto in seguito alla cattiva gestione degli affari e dei bilanci dell'attività, che produce montagne di debiti, la Fonderia Italghisa sarà costretta a chiudere.
Nell'attesa che tali sviluppi conducano alla svolta, si dipana la storia di Nonno, tra una sarabanda di personaggi da commedia (Silvia, Barbara, gli amici di sempre) ed eventi più o meno esilaranti (su tutti: Selen e il cancan dei 7 Fratelli Cervi + 1). Simulacri e feticci, riti, abitudini, ticchi innervano tutta la narrazione secondo un moto spiraleggiante, ubriacante, affatturante. Come saggiamente suggerisce Edoardo Sanguineti nel risvolto di copertina del libro, la discoteca è un non-luogo, proprio come MacDonald's o gli ipermercati; un luogo nevrotico, spersonalizzante, che comunica attraverso una musica che modula, in fondo, nient'altro se non il rumore di una qualunque fonderia, di un macchinario, di un ingranaggio sempre uguale a se stesso; che sembra star lì apposta per ricordare che altro non sì è che una putrella dell'impalcatura o un dentello della rotella del sistema.
È specialmente questa sfumatura del ritratto di Caliceti ad incuriosire: i bioritmi sembrano modellarsi sui discoritmi; la vita caratterizzata da battaglie ridicole, ideali discutibili sembra formarsi sulla musica emozionale, rumorosa ma di ben poca sostanza dell' Italghisa; Caliceti pare mettere in scena personaggi scimmia della disco-dance, una musica senza spessore a cui corrispondono vite senza spessore. E in questo senso, il fallimento del progetto Italghisa si accompagna al fallimento della vita di Nonno (che a quasi quarant'anni ancora si ostinerà a non inserirsi, a non far quadrare la propria vita) e ne è pure triste simbolo. La narrazione buca la pagina specialmente quando Caliceti sposta l'attenzione sulle vicende umane del personaggio dai toni talora grotteschi, talaltra genuinamente comici; si annacqua un po', perdendo di impatto, quando si vuole addentrare nelle questioni tecniche concernenti l'attività impreditoriale che ruota attorno all'Italghisa (Nonno, Veleno, Utero non sono altro che sgangherati imprenditori, in fondo), o attraverso il lavoro di copia e incolla di certi dettagli dal sapore un po' troppo burocratico, un po' troppo protocollare. Non è detto, però, che in un'opera ciò che venga percepito come limite, ne rappresenti sempre e necessariamente anche un difetto.
di recensioni | 24/01/2004